Affrontare il sisma: gestire l'emergenza, demolire, ricostruire, prevenire

Le attuali conoscenze permettono di sapere dove e con che modalità avverrà un terremoto ma non, con la necessaria attendibilità, quando. La previsione dei terremoti non è, quindi, un traguardo conseguibile in tempi brevi. I rilievi dei danni negli ultimi terremoti hanno evidenziato che il danno da terremoto è determinato soprattutto dalla distribuzione e vulnerabilità del patrimonio edilizio e dalla capacità di reazione alla catastrofe (resilienza). La volontà è quella quindi di dare un quadro esaustivo su tutte le tecniche e i prodotti per attuare al meglio la prevenzione sul nostro patrimonio edilizio.
La filiera delle costruzioni dimostra un'eccezionale capacità di intervento anche di fronte alla complessità normativa e burocratica sia nella fase della gestione dell'emergenza con interventi provvisori, sia della demolizione. In Italia ogni anno si verificano in media circa un centinaio di terremoti che la popolazione è in grado di percepire. Il terremoto di grave entità resta un evento piuttosto raro, considerando, però, l’intero territorio nazionale, i terremoti con carattere distruttivo si ripetono, invece, con cadenza molto più breve. Considerando gli ultimi 150 anni - quelli che sono intercorsi in pratica dall’unità d’Italia ad oggi - gli eventi sismici che hanno determinato gravi danni a persone e cose si sono presentati, in media, uno ogni 5 anni. Per quanto riguarda il rischio sismico, la classificazione territoriale per grado di pericolo evidenzia come oltre 21,5 milioni di persone abitino in aree del paese esposte a rischio simico molto o abbastanza elevato. 
I costi per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo dai terremoti dipendono dal livello di copertura del rischio che si ritiene accettabile. Pur non essendo disponibili stime del rischio sismico a scala di area vasta, strategie per la mitigazione di tale rischio sono realizzabili già nella pianificazione urbanistica e, soprattutto, in fase di progettazione e realizzazione delle costruzioni. Infatti, gli studi di microzonazione sismica del territorio permettono di indirizzare le scelte urbanistiche verso le aree a minore pericolosità; l’applicazione dei criteri antisismici nella progettazione e realizzazione delle costruzioni, previsti dalle norme tecniche, consente di realizzare opere in grado di resistere alle sollecitazioni sismiche e ai potenziali effetti locali. 

Normativa e costruzioni antisismiche 
Come hanno dimostrato i recenti episodi che hanno duramente colpito il nostro paese, l’attività sismica può essere originata da cause del tutto naturali e spesso imprevedibili, quali le tensioni tettoniche normalmente presenti nella crosta terrestre. Nelle regioni italiane sismiche e popolate, abbiamo potuto constatare più volte nella storia remota e recente, che i terremoti possono provocare drammatiche perdite di vite umane e conseguenze economiche catastrofiche, legate alla distruzione di edifici residenziali e pubblici e alla chiusura di attività produttive ed economiche, essenziali per l’economia delle popolazioni colpite. Circa 15 milioni di abitazioni (ossia più del 50% del totale) sono state costruite, infatti, prima del 1974, in completa assenza di una qualsivoglia normativa antisismica. E, inoltre, circa 4 milioni di immobili, sono stati edificati prima del 1920 e altri 2,7 milioni prima del 1945. Guardando, poi, all’insieme delle abitazioni più vecchie, e rapportandole al numero di abitazioni totali, in alcune regioni come Molise, Piemonte e Liguria, il quadro si presenta particolarmente critico, con circa un quarto delle abitazioni che presenta oltre 100 anni di vita. In Italia, i requisiti degli edifici in relazione all’azione sismica, sono regolati dall’Eurocodice 8, norma europea sulla Progettazione delle strutture per la resistenza sismica noto anche come EN 1998 e dalle Norme Tecniche delle Costruzioni N.T.C., stabilite dal D.M. 14 gennaio 2008. Gli obiettivi dichiarati sono la protezione delle vite umane, la limitazione dei danni alle strutture coinvolte e la continuità di fruizione per quanto riguarda le strutture della Protezione Civile. 
In Italia circa 22 milioni di persone e 12 milioni di edifici sono ubicati in zone ad elevato rischio sismico. Solo gli edifici pre-esistenti con valore strategico, all'entrata in vigore della norma, devono rispettare i livelli di sicurezza previsti; l'ordinanza del PCM 3274/2003, che riclassifica l’intero territorio nazionale in quattro zone a diversa pericolosità, introduce anche l’obbligo per gli enti proprietari di procedere alla verifica sismica degli edifici strategici e di quelli rilevanti per finalità di protezione civile. Tra questi ultimi rientrano anche le scuole. 
I costi per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo dai terremoti dipendono dal livello di copertura del rischio che si ritiene accettabile. Sulla base di questa assunzione, prendendo a riferimento tutto il patrimonio abitativo del paese e utilizzando come parametro di intensità sismica l’impatto del terremoto de L'Aquila (che rappresenta, nella scala di intensità storicamente registrata in Italia, un evento distruttivo medio) il Centro Studi del Cni ha ipotizzato una possibile distribuzione degli interventi di recupero in funzione della distribuzione per età degli edifici e delle loro condizioni strutturali. 
La quota di immobili da recuperare, sulla base dell’esame dei danni registrati alle abitazioni de L’Aquila e delle condizioni del patrimonio abitativo raccolte dalle indagini censuarie, è pari a circa il 40% delle abitazioni del Paese, indipendentemente dal livello di rischio sismico. Con una quota di interventi di recupero decrescente al diminuire dell’età dei fabbricati, sino a considerare quelli costruiti dopo il 2001 e soprattutto quelli edificati dopo il 2008 senza necessità di alcun intervento. Si tratta in questa prospettiva di intervenire su circa 12 milioni di immobili che dovrebbero essere destinatari di opere di risanamento e messa in sicurezza statica. Con un coinvolgimento di una popolazione pari a circa 23 milioni di cittadini. Applicando i parametri medi dei capitolati tecnici per interventi antisismici, emerge un costo complessivo, per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo degli italiani da eventi sismici medi, pari a circa 93 miliardi di euro. Gli eventi sismici che si sono verificati negli ultimi decenni a livello mondiale hanno ampiamente dimostrato la necessità di progettare gli elementi secondari non portanti degli edifici con un corretto approccio nei confronti dell’azione sismica, al fine di limitarne i danni e di conseguenza le perdite economiche ed i disagi derivanti da interruzioni di funzionalità, per i terremoti più frequenti e meno intensi. La sicurezza in caso di sisma è un requisito fondamentale negli edifici pubblici e privati e dev’essere applicata a tutti gli elementi tecnici che potrebbero, danneggiandosi, compromettere la tutela degli occupanti e delle loro vie di fuga. Assume quindi particolare importanza lo studio e l’analisi della capacità dissipativa degli elementi secondari. La normativa vigente definisce per gli elementi secondari, il cui danneggiamento può provocare danni a persone, a verifica degli stessi insieme alle loro connessioni, in modo da essere in grado di assorbire le deformazioni della struttura portante dell’edificio soggetta all’azione sismica di progetto. 

Opere provvisionali: demolire per salvaguardare 
I danni prodotti dal terremoto sugli edifici e sulle costruzioni in genere hanno determinato criticità tali da compromettere non solo le condizioni di agibilità e sicurezza del singolo manufatto ma, spesso, anche la transitabilità dei centri abitati. La dimensione del problema, unita alle condizioni del contesto operativo, estremamente difficili sotto il profilo della sicurezza e della praticabilità degli interventi in tempi rapidi, hanno portato al coinvolgimento massiccio del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e ruolo indiscutibile nelle aree colpite dal sisma è anche quello dei Gruppi Tecnici di Sostegno (GTS), definiti con l’Ordinanza 393/2016 dal Capo del Dipartimento della Protezione Civile, che supportano i Sindaci dei comuni colpiti nelle attività di valutazione delle misure urgenti per mettere in sicurezza edifici a salvaguardia dell’incolumità pubblica e al fine di ripristinare i servizi essenziali. Gli ambiti di intervento dei GTS comprendono infatti, oltre al patrimonio edilizio non sottoposto a vincolo o tutela, anche quello di interesse storico, artistico e culturale. Le modalità operative sono state definite da una Circolare, emanata dalla Direzione di Comando e Controllo in data 15 settembre 2016, in cui sono state fornite le prime indicazioni sulla gestione degli interventi di messa in sicurezza temporanea post-sismica degli edifici e sull’attività dei GTS. 
Per quanto riguarda le opere provvisionali finalizzate alla salvaguardia della pubblica incolumità che interessano edifici, se si tratta di puntellamenti, o similari, il sindaco è tenuto a darne immediata comunicazione al proprietario. Nel caso di demolizione, il sindaco con propria ordinanza dispone l’intervento con propria ordinanza, avvalendosi, se necessario, della valutazione di un Gruppo tecnico di sostegno (Gts) e rivolgendosi ai Vigili del Fuoco o ad un’impresa privata. Per interventi fino a 40.000 euro il Comune può agire direttamente; superato questo importo serve il nulla-osta della direzione di protezione civile della Regione, che deve essere rilasciato entro 3 giorni. I costi sono coperti dai fondi per l’emergenza della contabilità regionale competente. 
Per le opere provvisionali finalizzate alla salvaguardia della pubblica incolumità che interessano invece beni culturali e paesaggistici immobili, il Comune può procedere con puntellamenti o demolizioni solo se il bene non figura nell’elenco di quelli per cui l’Amministrazione dei Beni Culturali si è riservata l’intervento. In tutti gli altri casi, se si tratta di puntellamenti o similari, il Comune è tenuto a darne comunicazione al Segretariato Regionale del Mibact-Ministero dei beni, delle attività culturali e del turismo e alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio territorialmente competente. Se invece l’intervento consiste in una demolizione, totale o parziale, il Comune richiede l’autorizzazione preventiva alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio territorialmente competente. Per quanto riguarda gli oneri finanziari, la copertura di spesa è assicurata dai fondi stanziati per l’emergenza, con la possibilità per il Comune di procedere direttamente per importi inferiori ai 40mila euro o di chiedere il nulla-osta alla Regione per importi superiori. 
Per gli interventi che riguardano i beni culturali immobili che non rientrano negli elenchi definiti dal Soggetto Attuatore e che non sono finalizzati alla salvaguardia della pubblica incolumità ma a evitare ulteriori danni alle strutture, possono essere realizzati dal proprietario, possessore o detentore del bene, sia pubblico che privato. Se l’intervento consiste in un puntellamento, o similare, è necessario darne comunicazione al Segretariato Regionale Mibact e alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio territorialmente competente. Se si tratta di una demolizione, totale o parziale, è necessario richiedere preventivamente l’autorizzazione della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio territorialmente competente. 

Prevenzione e sismoresilienza 
Nel nostro Paese, in 50 anni, sono stati spesi oltre 121 miliardi di euro per la ricostruzione post terremoto (esclusi i costi dei terremoti dell’Aquila e del Centro Italia ancora imprecisati): eppure solo il 25% delle nostre case è costruita seguendo norme antisismiche. La riduzione del rischio sismico va, dunque, affrontata dal punto di vista della prevenzione. Politiche di prevenzione sono facilmente applicabili in caso di nuove realizzazioni; l’applicazione è più complessa per le strutture e i centri urbani esistenti. 
Uno dei principali ostacoli è la difficoltà di valutare tutte le componenti del rischio sismico, soprattutto le condizioni di vulnerabilità dei centri urbani e delle reti infrastrutturali. Gli studi di pericolosità sismica e micro zonazione sismica del territorio e la loro applicazione fino dalle prime fasi di programmazione territoriale e pianificazione urbanistica sono il primo passo concreto per la riduzione del rischio sismico. 
Gli elementi di maggiore importanza per la prevenzione del rischio sismico restano, pertanto, la corretta applicazione dei piani urbanistici, delle norme per la progettazione e realizzazione delle costruzioni e delle procedure di autorizzazione sismica. L'adeguamento sismico delle strutture (spesso indicato anche con l'inglese seismic retrofit) consiste nella modificazione delle costruzioni esistenti per renderle più resistenti all'azione sismica, ossia al movimento del terreno dovuto a un terremoto. Grazie ad una migliore comprensione degli effetti dei sismi sulle strutture e alle recenti esperienze con potenti terremoti vicino ai centri urbani, è riconosciuta la necessità di un adeguamento anti-sismico di molte strutture esistenti. Mentre la pratica corrente del seismic retrofit ha come aspetto predominante alcune migliorie strutturali per ridurre il pericolo sismico dell'utilizzo delle strutture, viene sempre più evidenziato come essenziale la necessità di ridurre i pericoli e le perdite risultanti anche da elementi non-strutturali. Bisogna tenere a mente che non esiste una struttura che sia del tutto a prova di terremoti, anche se la prestazione sismica può essere aumentata notevolmente grazie ad apposite strategie progettuali iniziali oppure con modifiche successive. Le strategie si differenziano concettualmente dalle tecniche di riabilitazione sismica, in quanto le prime sono costituite da un approccio complessivo atto a raggiungere un obiettivo prestazionale di riabilitazione, come l'aumento della resistenza, l'incremento della deformabilità, la riduzione della domanda di deformazione, mentre le seconde sono i metodi tecnicamente necessari a raggiungere una strategia, ad esempio il rivestire con acciaio le colonne portanti alla base ("FRP jacketing"). 

Gestire l’emergenza: Il Disaster Management e H-Iam 
L’evoluzione e l’avvento della tecnologia delle costruzioni hanno amplificato il potenziale catastrofico degli eventi calamitosi poiché essi investono strutture e contesti costruiti complessi. Un evento di questo tipo viene inquadrato e considerato nel proprio sviluppo complessivo, costituito temporalmente da un prima, un durante e un dopo, che impongono una gestione delle emergenze (Disaster Management) che sia in grado di sviluppare tanto una cultura del soccorso quanto una progettualità in grado di definire in maniera scientifica i modi e le forme di intervento, secondo una visione complessiva del fenomeno. Il Disaster Management risponde, in situazioni di emergenza, all’immediata necessità di dare una provvisoria sistemazione alla popolazione colpita e alle funzioni strategiche, sanitarie e produttive di prima necessità, infatti gli insediamenti temporanei sono una risorsa indispensabile quando si verificano eventi calamitosi. 
In Italia il Disaster Management e la progettazione degli insediamenti per l’emergenza sono affidati dal 1992, alla Protezione Civile (L. n. 225/1992), che definisce i criteri di programmazione del territorio e degli interventi secondo linee d’intervento semplici e flessibili, definite da protocolli standard, sintetizzate nel Piano di Emergenza di Protezione Civile (L. n. 100/2012). Il Piano di Emergenza deve contenere inoltre le indicazioni, preliminarmente definite, per la realizzazione degli insediamenti abitativi e individua l’ubicazione delle aree di attesa, di ammassamento e di ricovero, che diventeranno i nuovi punti di riferimento per la popolazione sfollata. L’emergenza è un fenomeno improvviso di trasformazione e occupazione di spazi urbani in tempi brevi, per questo motivo gli insediamenti temporanei si presentano come agglomerato di unità abitative modulari, concepito nell’ottica di riprodurre le condizioni fisiche di un quartiere. La logica progettuale è proiettata verso l’efficienza tecnologica degli insediamenti, una logica strategica autonoma che ripropone la serialità d’insieme attraverso modelli organizzativi a scala urbana. 
Su questa linea è stato sviluppato il progetto H-Iam. Da una collaborazione tra Università di Trento e FederlegnoArredo nasce “H-lam”, un nuovo brevetto che vuole migliorare ulteriormente la progettazione e la cantierizzazione degli edifici in legno in zona sismica. Con “H-lam” si vuole concepire un’opera di ingegneria sismo-resistente capace di garantire la sicurezza a tutti i livelli, senza prefigurare alcuna interruzione delle attività quotidiane degli abitanti a seguito di un evento sismico. Si tratta di una piccola rivoluzione nel comparto dell’ingegneria delle strutture in legno che ridefinisce non solo gli obiettivi per la sicurezza delle opere e che semplifica le operazioni di montaggio dell’edificio in legno, riconducendo a una unica tipologia i vari elementi di carpenteria metallica presenti attualmente sul mercato. Si prospetta quindi un nuovo modello di edilizia in legno, che fa della ricerca un opportuno strumento di valorizzazione delle maestranze del settore, così da fornire al segmento della bioedilizia nuovi spazi di mercato in un territorio come quello Italiano che è classificato “a rischio sismico”. 
FederlegnoArredo provvederà successivamente a diffondere il brevetto presso le aziende associate con il fine di accelerare il processo di trasferimento tecnologico. Con queste nuova tecnologia costruttiva si potranno realizzare nel prossimo futuro edifici che rimangono attivi a seguito del terremoto, garantendo sicurezza e riparo ai cittadini.
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