I piani del colore

Il piano del colore non vuole essere un rigido strumento di programmazione, ma un'opportunità per garantire la corretta lettura della storia delle città. Lo scopo precipuo di un piano del colore è quello di individuare e produrre una tavolozza coerente con l’identità del luogo, divenendo uno strumento per impedire il deturpamento degli innumerevoli borghi storici italiani.
Il piano del colore è un documento che indica quali colori e tonalità applicare sui fronti degli edifici di una specifica città, in caso di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro, ristrutturazioni o nuove costruzioni. Le singole amministrazioni comunali possono adottarlo per tutelare, salvaguardare o migliorare le cromie predominanti nell’abitato. A fianco del P.R.G., dei piani particolareggiati e delle norme tecniche di attuazione, il piano del colore è uno strumento urbanistico esecutivo che concorre a riqualificare l'immagine di una città: regola la coloritura, la pulitura e il restauro delle facciate e dell’arredo urbano esistente, ma anche le cromie delle nuove costruzioni. 
Il fine è garantire uniformità e coerenza visiva alla città, impedendo che l'arbitrato del singolo possa danneggiarne l'immagine, soprattutto se essa ha marcate specificità storiche. Ricorda il professor Stefano Della Torre del Politecnico di Milano: «La città è la stratificazione, è la densità del racconto, tutti i colori le appartengono e la costituiscono. Tutto il resto è semplificazione.» Il piano del colore non vuole essere un rigido strumento di programmazione, ma un'opportunità per garantire la corretta lettura della storia delle città. È anche uno strumento per impedire il deturpamento degli innumerevoli borghi e siti storici italiani, grazie a una progettazione critica e consapevole. 

Breve storia dei piani del colore 
La coerenza delle cromie dei centri storici era tema già noto alle municipalità (oggi diremmo gli “Enti locali”) comunali e rinascimentali. I governatori di epoca napoleonica istituirono persino le ‘Commissioni per l’ornato’ tra i cui compiti era l’imposizione di norme sulla finitura cromatica degli edifici, all’interno di un più ampio “piano regolatore”. Dagli ultimi decenni dell’Ottocento, tendono a scomparire dagli atti delle Commissioni le prescrizioni più specificatamente cromatiche. Nel secolo successivo, le tradizionali tecniche di manutenzione delle facciate vennero meno e i centri storici delle città italiane si degradarono sempre più, a fronte d’interventi saltuari e incoerenti da parte delle amministrazioni. Nel corso del Novecento i regolamenti edilizi comunali ormai si limitavano a due prescrizioni: un vago rispetto del decoro urbano e la replica della tinteggiatura trovata in loco. Anche quest’ultima prescrizione, tuttavia, è poco attendibile, poiché le tinte in situ non possono che essere quelle, alterate, dell’ultima tinteggiatura, spesso differente rispetto alle precedenti. 
Sul finire degli anni ’60, si produsse una crisi dell’attività edificatoria in Italia, per cui diveniva talvolta conveniente contenere l’urbanizzazione delle periferie, e puntare invece al recupero funzionale di zone edificate centrali. Qui i problemi maggiori paradossalmente non nascevano dagli edifici storici: molti documenti ne attestano la storia, inoltre eventuali trasformazioni incongrue sono rare e comunque evidenti. Per contro, era la trama edificata minore dei centri storici a costituire la massima criticità, esposta com’è a trasformazioni – anche cromatiche – radicali e disordinate, soprattutto durante periodi d’intensa urbanizzazione. Solo nel 1984 l’allora Ministero per i Beni Culturali e Ambientali affrontò ufficialmente il problema del piano dei colori e organizzò a Roma il Convegno ‘Intonaci, colore e coloriture nell’edilizia storica’. I relatori miravano a dare una prima risposta critica e metodologica al problema, benché ristretta agli intonaci e alle coloriture degli edifici storici da mantenere o restaurare. L’intento era di verificare e ricomporre le opzioni emergenti in materia, così che il Ministero potesse dettare un indirizzo teorico e pratico alle Amministrazioni locali. 
Il Convegno tuttavia non raggiunse un obiettivo pragmatico e gli stessi principi informatori della ‘Carta del Restauro’ furono sotto discussione. I partecipanti si confermarono nelle rispettive posizioni pregresse. Alcuni suggerivano interventi realizzati unicamente con strumenti, materiali e metodi di tipo “diverso”, “minimale”; altri intendevano ripristinare gli intonaci, ove mancanti, tramite ricerche storiche e documentarie, e auspicavano un ritorno a una pratica manutentiva abituale degli edifici. Ciononostante, il convegno romano suscitò ampio interesse nel mondo accademico e quello professionale e partorì indicazioni di tipo generale; l’anno successivo si tornò a discutere di piano del colore in convegni analoghi, ‘Il colore a Torino’, a Torino, e ‘L’intonaco: storia, cultura e tecnologia’, a Bressanone. La strada per interventi concreti nei cantieri e l’ufficializzazione normativa era finalmente segnata. 

 Procedure e contenuti 
Il piano del colore ha molti contenuti: 
• principi guida: approccio seguito nella redazione delle norme e del piano del colore;  
• indagini: ricerche storiche, archivistiche, iconografiche, tecniche, meccaniche e chimiche; 
• indicazioni progettuali: esame di ogni unità edilizia in riferimento ad un catalogo cromatico sistematico; 
• norme di attuazione: caratteristiche merceologiche dei materiali da utilizzare, modalità e tempi per l’esecuzione delle opere di intonacatura e tinteggiatura; 
• note esplicative: traccia descrittiva per la redazione dei progetti d’intervento. 
 Ogni piano del colore si apre con tavole d'inquadramento che delimitano e definiscono la perimetrazione delle aree sottoposte alla norma. Spesso, infatti, i manufatti d’interesse che necessitano di un indirizzo per la progettazione del colore non sono ubicati nel solo centro storico, ma anche in quartieri più periferici in forte espansione. A Pavia, per esempio, le prescrizioni sono estese all’intero territorio comunale. Il documento prosegue con un piano delle tinteggiature e un progetto del colore che definiscono l'assetto cromatico della città. A tal proposito, tra gli allegati, è contenuta una tavolozza o gamma dei colori ammessi, sia per gli intonaci sia per le parti in legno o ferro. Vi sono poi indicazioni sui materiali e sulle tecniche di tinteggiatura cui attenersi. Secondo il tipo d'intervento, ogni Comune ha proprie regole. In ogni caso, insieme al resto della documentazione, è necessario corredare la domanda con un modulo del colore (con le tinte scelte), con delle fotografie delle parti comuni e degli edifici circostanti, con i particolari di eventuali elementi di pregio, e con un nuovo assetto cromatico della facciata o di altre parti esterne interessate dall'intervento. 
I lavori possono iniziare solo dopo che la domanda di piano del colore abbia ottenuto il nulla osta da parte degli organi dell'ufficio preposto. Le tempistiche variano di Comune in Comune. Il piano non distingue categorie di edifici e quindi non produce interventi standardizzati: per ogni fabbricato è necessaria una conoscenza preventiva e specifica per consentire interventi appropriati. Prima di scegliere ed eseguire l’intervento concreto, i tecnici progettisti devono attestare tale conoscenza attraverso una ricerca: forniranno quindi una relazione tecnica e anche storica, nel caso di edifici antichi. In questa fase, i progettisti potranno chiedere assistenza ai tecnici dell’Amministrazione e consultare tutta la documentazione a loro disposizione. Il piano si propone di affiancare le analisi che saranno compiute sulle aree campione con una schedatura dei colori e la graduale compilazione di tavolozze, che forniranno suggerimenti per la redazione dei progetti. 
La scelta del colore dovrà essere coerente con la storia, le funzioni e il contesto dell’edificio. Per valutare la coerenza con l’intorno, il piano definisce che il progetto debba essere valutato all’interno del quadro visivo prossimo e del quadro visivo d’insieme. Il quadro visivo prossimo è ciò che rientra nel campo visivo dell’osservatore in prossimità dell’edificio: l’edificio stesso, gli edifici adiacenti o antistanti, eventuali altre emergenze. Il quadro visivo d’insieme è invece ciò che rientra in una visione correlata a uno specifico contesto funzionale, dotato di unitarietà morfologica: per esempio, una piazza, uno slargo o una strada.  
Il progetto si confronterà con entrambi i quadri visivi in termini di compatibilità: 
1) cromatica: il colore proposto dal progetto è in armonia cromatica con il contesto, per tinta, chiarezza e saturazione?; 
2) materica: la finitura proposta è coerente con l’edificio stesso e compatibile con gli edifici dell’intorno, per materiali, texture, velature, trasparenza? 
Essendo rivolto alle finiture dei fronti degli edifici, il piano contempla sia la coloritura e tinteggiatura dei prospetti, sia la conservazione, esecuzione, sostituzione o eliminazione d’intonaci e rivestimenti di facciata e di elementi architettonici e decorativi. Il piano del colore, in base al ‘Testo unico dell’edilizia’ (DPR 380/01), riguarda interventi di manutenzione sia ordinaria sia straordinaria o di livello superiore (risanamento conservativo, restauro, ristrutturazione, ampliamento, sopralzo e nuova costruzione). Sono interventi di manutenzione ordinaria: il rinnovo della tinteggiatura su parti dei fronti; la tinteggiatura dei fronti dell’intero edificio, purché gli interventi siano attuati autonomamente, non interessino immobili sottoposti a vincoli paesaggistici o storico-architettonici, o infine non coinvolgano il rifacimento degli intonaci. L’intervento su un fronte unitario che appartenga a proprietari differenti deve essere eseguito in modo contemporaneo e completo. L’intervento deve salvaguardare la scansione tipologica degli edifici, differenziando un fabbricato da quelli attigui. In casi peculiari, è richiesta anche la conservazione degli intonaci o dei materiali esistenti. L’eventuale sostituzione in ripristino è possibile solo dimostrando l’irrecuperabilità dei manufatti con opere di consolidamento e restauro oppure attestando l’incompatibilità tra il rivestimento e il supporto murario sottostante. Tali integrazioni andranno realizzate in ogni caso con materiali e tecniche analoghe o compatibili a quelli degli intonaci conservati.
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