Relazione Annuale AITEC

Il rapporto annuale offre una panoramica dello stato dell’arte dell’industria del cemento in Italia, dove, nonostante la flessione nella produzione degli scorsi anni, il comparto rimane attivo. Produzione, esportazione, campi di utilizzo e distribuzione, questi i temi analizzati di seguito.
Dopo gli anni di crisi economica, iniziata nel 2008, si sono visti nel 2015 dei segnali di presa. Purtroppo non vale per il settore delle costruzioni, che ha subito in questi anni una notevole flessione nel numero degli occupati e degli investimenti, con una notevole contrazione del tessuto produttivo. Tratto positivo riguarda, però, il numero delle compravendite di unità immobiliari residenziali, con un aumento dell’erogazione dei mutui alle famiglie e di bandi per i lavori pubblici. Il 2016 e il 2017, per quanto siano ancora molte le difficoltà, sembrano presentarsi più stabili e il settore della riqualificazione e del recupero trascinano il mercato, rappresentando ora buona parte degli interventi edilizi. Un altro fattore positivo è rappresentato dalle agevolazioni fiscali legate alla sostenibilità e all’efficienza energetica, che hanno portato alla realizzazione di numerosi interventi in questo settore.Questo è il quadro di massima in cui si colloca lo specifico settore della produzione e del mercato del cemento, che viene analizzato nell’annuale report di AITEC, l’Associazione Italiana Tecnico Economica Cemento.

Il cemento in Italia 
Nel 2015 la produzione di cemento in Italia ha mostrato un’attenuazione nella caduta rispetto agli anni precedenti, riscontrando un decremento pari al 3,3% e attestandosi su un livello pari a 20,8 milioni di tonnellate. L’Italia conferma la propria posizione di secondo paese produttore di cemento nell’area UE 28, alle spalle della Germania. A livello territoriale il maggior calo si manifesta nel Nord (-6,9%), seguito dal Centro e dalle Isole; il Sud registra, invece, un andamento in controtendenza (+1,8%).Il trend dei consumi di cemento ha riscontrato un sensibile ridimensionamento della propria dinamica negativa, registrando tuttavia un decremento su base annua pari al 2,5% con un volume complessivo di 19,6 milioni di tonnellate. La caduta nel 2015 è stata determinata dall’andamento negativo delle costruzioni in tutti i comparti, soprattutto dalla riduzione di nuove realizzazioni. A fronte dell’attenuazione del decremento del livello dei consumi interni di cemento rilevati nel 2015 anche la produzione di clinker ha subìto una contrazione meno significativa, raggiungendo il livello di 15,5 milioni di tonnellate (-1,9% rispetto al 2014). Il rapporto tra consumi di clinker e produzione di cemento è rimasto sostanzialmente costante, intorno al 78%. Tale andamento stazionario conferma lo sforzo continuo da parte delle aziende produttrici di cemento di ridurre l’impatto climalterante legato alla produzione di clinker.

Le prospettive per il 2016 sono improntate a un cauto ottimismo, con i consumi di cemento che dovrebbero assestarsi intorno allo 0%. Il mutato quadro macroeconomico nazionale dovrebbe generare un impatto positivo sui consumi di cemento: alle attese di ripresa del PIL si abbinano, infatti, le politiche monetarie espansive della BCE che dovrebbero favorire l’espansione del credito alle famiglie e alle imprese. Inoltre, i maggiori spazi di flessibilità sui conti pubblici, concessi all’Italia dalla Commissione Europea, potranno tradursi in politiche di finanza pubblica maggiormente espansive, in particolare sul fronte degli investimenti. 

Import-Export 
Il 2015 conferma l’Italia nel suo ruolo di esportatore netto di cemento e clinker, sebbene con un saldo netto in lieve decremento. Le esportazioni, infatti, si sono contratte del 3,2%, attestandosi a un livello di circa 2,4 milioni di tonnellate, mentre le importazioni si sono incrementate del 4,8% per la prima volta dopo circa dieci anni di costante declino. Anche nel 2015, dunque, le aziende del settore hanno fatto ricorso al mercato estero per trovare degli sbocchi alla propria produzione che ha faticato a trovare collocazione sul mercato domestico alla luce della debole domanda interna. Nel 2015 il saldo dell’interscambio commerciale di cemento ha riscontrato una contrazione di circa il 12,0% rispetto all’anno precedente, registrando un surplus pari a circa 1,4 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda il clinker, anche nel 2015 l’Italia è stata un importatore netto. In particolare, il reiterato calo della domanda interna di cemento ha condotto a un ulteriore incremento delle importazioni (+14,5%), a fronte del quale vi è stato un leggero aggiustamento nella dinamica delle esportazioni che ha dato luogo a un saldo complessivo pari a circa -0,2 milioni di tonnellate. Le importazioni di cemento originano prevalentemente da Grecia, Slovenia, Spagna e Turchia, che, insieme a Croazia e Francia, rappresentano l’85% del totale del flusso di importazioni. Con riferimento al clinker, si osserva la conferma della Slovenia quale principale paese di importazione dell’Italia, con volumi che coprono il 79% dei flussi di importazione totali. L’Austria mantiene la posizione di secondo fornitore di clinker dell’Italia incrementando la propria quota al 16%, mentre la Turchia copre il 6% del fabbisogno italiano, in recupero rispetto alla quota del 2014 (3%). 

Che cosa si produce in Italia 
La ripartizione qualitativa della produzione tra le diverse tipologie di cemento conferma, anche nel 2015, la medesima graduatoria dell’anno precedente. Il cemento Portland (CEM I) e il Portland di miscela (CEM II) rappresentano, infatti, le due tipologie di cemento con la maggiore incidenza sulla produzione complessiva. Il Portland, in particolare, conferma sostanzialmente la propria quota (13,7%), mentre il Portland di miscela incrementa la propria quota (70,0%) rispetto all’anno precedente. Tale incremento avviene a detrimento del cemento d’altoforno (CEM III) e del cemento composito (CEM V), i quali si decrementano rispettivamente dal 4,2% al 3,0% e dal 2,2% allo 0,6%, mentre il cemento pozzolanico (CEM IV) è sostanzialmente stabile al 12,6%. L’analisi della distribuzione della produzione di cemento per classi di resistenza conferma, ulteriormente nel 2015, la prevalenza dei cementi ad alta e ad altissima resistenza (classi 42,5 e 52,5) rispetto alle altre tipologie di cemento (classe 32,5), con un peso che continua a crescere come avvenuto nel corso degli anni recenti. 

Dalla produzione alla distribuzione
La conoscenza dei canali di destinazione della produzione di cemento costituisce un elemento molto importante per la piena comprensione delle dinamiche del mercato. Con tale consapevolezza, AITEC ha avviato nel corso del 2014 una rilevazione statistica del fenomeno che ha consentito di giungere a una conoscenza più approfondita dei diversi canali di destinazione e della relativa dinamica. Il settore del calcestruzzo preconfezionato continua a costituire la principale destinazione della produzione di cemento, con un’incidenza del 45,5% che è in lieve crescita rispetto al valore dell’anno precedente (44,5%). Parimenti, i settori della prefabbricazione, della rivendita e dei premiscelatori confermano il proprio peso tra le destinazioni della produzione, con quote rispettivamente pari all’8,5%, al 14,6% e al 5,2%. Un’ulteriore destinazione di rilievo è costituita dal canale dei grossisti e degli intermediari, con un peso complessivo pari al 10,6%. Tale valore appare in lieve incremento rispetto all’anno precedente (10,2%), con una crescita dei volumi sia per quanto riguarda i materiali da rivendita, sia per quel che concerne il prodotto sfuso. Tra gli altri canali prosegue il declino dell’incidenza delle imprese di costruzione, che si riduce dal 6,1% al 5,2%, con una contrazione in volume pari al 16,5%. I clienti diretti del cemento rappresentano, nella maggioranza dei casi, una destinazione intermedia tra l’azienda cementiera e il mondo delle costruzioni. Per approfondire la conoscenza delle destinazioni finali del cemento AITEC svolge, già da diversi anni, un’analisi statistica per comparto, i cui risultati possono essere così espressi:  
- Edilizia residenziale36,1%; 
- Edilizia non residenziale 30,4%; 
- Opere pubbliche 33,5%. 
Nell’ambito di tale analisi si calcolano i coefficienti tecnico-economici e fisici per misurare l’impiego di cemento nelle costruzioni. Prime evidenze segnalano una lenta ma graduale erosione del peso specifico del cemento, soprattutto nelle opere pubbliche.

La struttura del settore 
Le aziende del settore hanno contrastato la difficile situazione attraverso l’operare congiunto di azioni di efficienza dell’utilizzo della capacità produttiva disponibile, e di interventi di ottimizzazione del dimensionamento della struttura produttiva. Nel corso dell’anno sono pertanto proseguite le attività di razionalizzazione che hanno condotto all’interruzione della produzione su tre impianti produttivi a ciclo completo e alla conversione di talune unità produttive da impianti a ciclo completo a centri di macinazione. A corollario di tali azioni sono, inoltre, proseguiti gli interventi di concentrazione dei volumi di produzione sugli impianti più grandi ed efficienti. Nel 2015 si rilevano 25 aziende operanti nel settore, in linea con l’anno precedente. Tale valore, sebbene inferiore di qualche unità rispetto a qualche anno fa, conferma la peculiarità del mercato italiano che vede la contemporanea presenza di numerosi operatori rispetto a quanto avviene in altri paesi europei nei quali i processi di fusione e acquisizione hanno determinato una riduzione del numero degli operatori. Il settore cementiero italiano si caratterizza, inoltre, per l’ampia eterogeneità degli operatori, che annoverano al proprio interno sia gruppi multinazionali sia aziende di medie e piccole dimensioni, operanti a livello nazionale o anche soltanto a livello locale. Le dieci maggiori aziende coprono l’89,2% della produzione nazionale di cemento, mentre le altre, anche se di piccola dimensione in ragione delle peculiarità del business, hanno anch’esse una presenza significativa nel proprio ambito territoriale. Per quanto riguarda la localizzazione degli impianti sul territorio nazionale, essi risultano dislocati per il 44% circa nel Nord, per il 16% nel Centro, per il 27% nel Sud e per il 13% nelle Isole. Tale dislocazione consente di offrire una presenza capillare di impianti a breve distanza dai luoghi di consumo del prodotto.
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