Decreto BIM: obbligatorietà in 3 step

Il 1° dicembre 2017, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, ha firmato il decreto che introduce l’obbligo di bandire le gare d’appalto e di progettare le opere pubbliche con il Building Information Modeling. Il BIM sarà obbligatorio per gli appalti pubblici dal 1° gennaio 2019, per importi pari o superiori ai 100 milioni di euro; per quelle d’importo inferiore, l’’obbligo si estenderà con gradualità, fino al 2025.
Il decreto sugli strumenti elettronici di modellazione, frutto di un iter lungo e assai articolato, non detta solo tempistiche, ma anche modalità di introduzione dell’obbligatorietà per gli operatori edili e le stazioni appaltanti, in modo da razionalizzare le attività di progettazione e le relative verifiche. 

I tempi 

Posto che alcune amministrazioni pubbliche hanno iniziato a bandire gare con le nuove regole (si vedano i bandi per la riqualificazione di un ex cinema bolognese e per un ponte ciclopedonale a Parma), già dall’entrata in vigore del decreto, l’utilizzo dei metodi e degli strumenti elettronici specifici sarà facoltativo per le nuove opere e per interventi di recupero, riqualificazione o varianti.  
L’obbligo di digitalizzare gli appalti pubblici per le stazioni appaltanti si articolerà invece in tre fasi: 
1. 2019: obbligo per le (poche) grandissime opere, sopra la soglia di 100 milioni. Si ricorda che, secondo stime del CRESME, nel 2016 sono stati solo 26 i bandi di tale caratura; 
2. 2019-2024: l’obbligo si allargherà gradualmente, in particolare per le costruzioni strategiche, con standard di sicurezza particolari; 
3. 2025: obbligo anche per le opere d’importo inferiore a 1 milione di euro, tranne quelle che non richiedono particolari problematiche di sicurezza, come il residenziale. 

I modi 

Il decreto disciplina gli adempimenti preliminari delle stazioni appaltanti. 
Esse dovranno adottare:
• un piano di acquisizione o di manutenzione di hardware e software di gestione dei processi decisionali e informativi;  
• un piano di formazione del proprio personale;
• un atto organizzativo che espliciti processo di controllo e gestione, gestori dei dati e gestione dei conflitti. 

Per le stazioni appaltanti che hanno fatto gli adempimenti preliminari, il decreto prevede l’utilizzo (facoltativo) del BIM per le nuove opere e per gli interventi di recupero, riqualificazione o varianti. Prevede inoltre piattaforme interoperabili con formati aperti non proprietari da parte delle stazioni appaltanti e viene definito l’utilizzo dei dati e delle informazioni prodotte e condivise tra tutti i partecipanti al progetto, alla costruzione e alla gestione dell’intervento. 

Una Commissione dovrà monitorare gli esiti e le eventuali difficoltà incontrate dalle stazioni appaltanti e individuare eventuali misure correttive, per aggiornare le procedure previste nel decreto. 

Pregi e criticità 

Il decreto, nelle parole di Delrio, è «un passaggio importante che risponde a un’innovazione del settore e porterà trasparenza, efficienza e più qualità nella progettazione e realizzazione delle opere».
I provvedimento comporterebbe quindi una garanzia di qualità dei progetti e delle opere, secondo il criterio ispiratore del Nuovo Codice dei Contratti Pubblici. 
La digitalizzazione del settore delle costruzioni infatti dovrebbe riuscire ad apportare benefici alla spesa pubblica e ai prodotti immobiliari e infrastrutturali rendendo più efficiente l’operato degli attori sul versante dell’offerta, con il conseguente incremento della loro redditività. 
Secondo alcuni studi ed esperienze, questo tipo di progettazione innovativa può consentire almeno il 10% di risparmi di spese di gestione e risparmi lungo tutto il ciclo dell’opera, abbattendo il ricorso alle varianti e prevedendo per tempo le manutenzioni necessarie. 

Per contro, tuttavia, il decreto BIM non fa riferimento alla normativa UNI come strumento attuativo di supporto, volontario e condiviso, anche se l’Italia ha anticipato l’Europa con le norme UNI 11337 come riferimento per lo sviluppo delle future norme internazionali. 
Comprensibile allora il “cinguettio” piccato del professor Pavan del Politecnico di Milano, partner di BAEC e Innovance, esperto di normativa Bim. Su Twitter, ha così commenatto a caldo: «Alla fine il decreto BIM è uscito senza la norma 11337 mentre gli inglesi chiedono che anche la parte 3 della PAS diventi ISO (e il mondo conscio del vantaggio competitivo gli ha già bocciato la 2). Ma noi scegliamo di non citare le nostre norme e non difenderle all’estero. Geni».
In effetti, unanime è la convinzione dell’utilità, del valore, del vantaggio competitivo e dell’efficacia della UNI 11337 quale strumento normativo frutto del consenso di tutti i soggetti della filiera delle costruzioni (produttori, imprese, professionisti, organismi di certificazione, mondo accademico, consumatori e utenti, oltre la stessa PA e Anac). Ciò trova conferma nel fatto che aspetti quali innovazione, trasparenza, efficienza e qualità sono in totale sintonia con i principi fondatori della normazione volontaria, stabiliti dal WTO e dal Regolamento UE 1025/2012. 

Ora una Commissione ministeriale ad hoc monitorerà gli esiti e le eventuali difficoltà incontrate dalle stazioni appaltanti e di individuare eventuali misure correttive, per aggiornare i dati e le procedure previsti nel Decreto.
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