Investimenti in infrastrutture: il 3° Studio Deloitte/LUISS

L’Italia è tornata "open for business", attrattiva per investimenti in infrastrutture, nonostante il rischio regolatorio e politico si confermi il vulnus del Paese. Paese che necessita di più infrastrutture, perché minore divenga la disuguaglianza socio-economica.
Il 5 febbraio 2018, presso la Banca IMI a Roma, l’ateneo LUISS ha presentato la III edizione dello studio "Gli investimenti in infrastrutture", realizzato dall’Osservatorio sui settori regolati e le infrastrutture, nato dalla collaborazione fra il CASMEF LUISS Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari e Deloitte Financial Advisory.
L’Osservatorio si occupa delle infrastrutture dei trasporti in Italia: s’interroga circa le determinanti delle scelte di finanziamento e raccoglie dagli operatori del settore commenti circa le criticità e gli aspetti positivi che hanno contraddistinto i principali progetti realizzati in Italia. 

Sono stati dapprima illustrati i risultati della ricerca economica sul rapporto fra infrastrutture e distribuzione del reddito. 
A seguire, prendendo le mosse dai ben noti vincoli di bilancio che frenano la spesa pubblica, sono stati indagati i risultati della survey sul sentiment degli investitori finanziari in infrastrutture, in termini di preferenze settoriali, valutazione del rischio e rendimenti attesi. 
Entriamo nel dettaglio dell’indagine compiuta. 

La prima, decisiva, constatazione è che una maggiore dotazione di infrastrutture pubbliche riduce la disuguaglianza tra i cittadini. Investire in infrastrutture, dunque, oltre all'impatto sul settore delle costruzioni e in generale su occupazione e crescita economica, ha un impatto positivo anche in termini di riduzione delle disuguaglianze.  
Provincia per provincia, l’indagine ha correlato attraverso un complesso modello econometrico gli indicatori di dotazione infrastrutturale dell'Istituto Tagliacarne e i dati dell'Indice di Gini (elaborati dall'Istat) sulla disuguaglianza nella distribuzione del reddito. 
Ne è emerso un impatto della dotazione infrastrutturale sulla disuguaglianza del reddito nel complesso negativo. A parità di altre condizioni, province più dotate d’infrastrutture sono caratterizzate da una più equa distribuzione del reddito. 

Riducono la disuguaglianza principalmente le infrastrutture energetiche e di viabilità (strade, ferrovie, metropolitane, porti, aeroporti); per contro, talvolta le infrastrutture tecnologiche, le reti bancarie e le infrastrutture culturali/ricreative sembrano favorire le classi di reddito già più alte e dunque accentuare le disuguaglianze. 
A onor del vero, tuttavia, corre l’obbligo di sottolineare che lo studio non ha contemplato infrastrutture chiave, quali scuole, università e ospedali. 

La scomposizione della distribuzione del reddito per percentili conferma un generale effetto positivo della dotazione infrastrutturale sui redditi sia della classe relativamente meno abbiente (20% più povero della popolazione), sia della classe "mediana", sia della classe più agiata (10% più ricco). 
Non si registra tuttavia nessun effetto significativo sul 10% più povero della popolazione. 
Dato di assoluta rilevanza, la disuguaglianza di reddito delle province meridionali rispetto a quelle centro-settentrionali sembra dipendere addirittura per un terzo proprio dalla più modesta dotazione infrastrutturale del Sud.  

Come noto, l’Asia è la locomotiva della domanda di infrastrutture a livello globale (60% degli investimenti mondiali). Nondimeno, gli investitori istituzionali europei (fondi equity) restano attratti soprattutto dalle aree più stabili e affidabili, come Europa occidentale, America del Nord e Oceania. 

All'interno dell'Europa occidentale, Germania, Scandinavia e Regno Unito rimangono i Paesi più attrattivi, principalmente in virtù della stabilità delle giurisdizioni, il volume dei deal flow e la conoscenza da parte degli investitori di queste regioni. 
Si registra però una ripresa d’interesse verso Italia e Spagna. 
La criticità italiana più respingente, si conferma il rischio politico (per il 38% degli intervistati) e quello regolatorio (35%), cioè il rischio legato all'incertezza sulle regole, i contratti e la disciplina del settore specifico.e quello regolatorio. Per intuire quanto alto sia il rischio regolatorio nel nostro Paese, ricordiamo la vicenda degli incentivi alle rinnovabili abbassati a contratti in essere, o all'incertezza sulle tariffe autostradali. 
Del resto, questi due problemi sono da sempre stigmatizzati in tutti i paesi come il peggior vulnus per chi investe a lungo termine capitale di rischio in infrastrutture, esistenti o da realizzare.  
Seguono a distanza il rischio percepito legato alla gestione (15%), il rischio fiscale (7%) e quello di rifinanziamento (5%) 

Dalla ricerca emerge poi anche un calo dei tassi di rendimento degli investitori (gli obiettivi, IRR target, e i tassi effettivi), che si situano oggi mediamente fra il 10% e il 12%, in diminuzione rispetto agli anni scorsi, quando l'IRR target si collocava nell'intervallo 12% - 14%. Questa riduzione è riconducibile all'aumento dei prezzi degli asset, a causa della maggiore concorrenza nel mercato creata dal crescente numero di investitori, e in ultima istanza, alle politiche monetarie espansive in essere nell'area euro. 
I più alti IRR sono associati dagli investitori al trasporto con rischio domanda (porti, aeroporti, ferrovie e metropolitane e altri trasporti), reti di trasmissione e telecomunicazioni. I settori con IRR più bassi sono ritenuti i PPP/PFI, il settore idrico e gli altri settori regolamentati.  

Ecco i tecnici intervenuti alla tavola rotonda che è seguita alla presentazione del report: Alberto Giovannini, Presidente di Salini Impregilo; Claudia Cattani, Presidente di RFI - Rete Ferroviaria Italiana; Marco Gerevini, Consigliere Delegato e Direttore di Fondazione Housing Sociale (Cariplo); Riccardo Dutto | Responsabile Infrastructure & Real Estate di Intesa Sanpaolo; Vittorio Villa, Co-gestore di Kairos International Sicav KEY (Julius Baer).
Ha coordinato la tavola rotonda Luca Petroni, Presidente di Deloitte Financial Advisory Srl
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